Cinepassioni: i mostri in mostra a Genova

Periodo propizio per fare i geek a Genova. Guerre Stellari Play è stata prorogata al 15 ottobre e qualche mese fa ha aperto i battenti anche Cinepassioni, la mostra di storia del cinema con un occhio di riguardo alla cultura pop.

Dalla lanterna magica (che per il pubblico del ‘600 faceva davvero incantesimi) fino alle moderne tecniche di montaggio…. Il cinema come tecnica (e tecnologia) è il filo conduttore della prima sezione della mostra, con teche stracolme di macchine da presa e apparecchiature ormai dismesse o messe a punto e ottimizzate nel corso degli anni.

Ho giocato con la realtà virtuale (provala!). I visori catapultano in quattro scenari topici del cinema: western, horror, action e fantascienza. Ho attraversato le strade polverose del far west e fluttuato nello spazio. È un’immersione totale nella scena che non auspico per il cinema (desidero il coinvolgimento emotivo, ma a distanza di sicurezza). Penso invece a concerti in VR… spettacolare!

modellini di yoda e terminator a grandezza naturale

Dopo l’incursione nel futuro, Cinepassioni vira sul collezionismo. Possedere oggetti è una forma d’amore. Se compriamo un modellino di Gandalf, una riproduzione di Xenomorfo o l’edizione speciale in cofanetto di Star Wars, è per concretizzare il legame che sentiamo di avere con quelle storie e quei personaggi. La seconda parte della mostra è dunque dedicata al cinema come passione. Qui, dove gli storici mostri della Universal vanno a braccetto con i moderni supereroi, appunto la passione ha preso il sopravvento. Dunque se ora ti sommergo di fotografie è prima di tutto per dirti di prenderti un’ora e visitare Cinepassioni, e poi perché sono piuttosto fiera di avere una madre che chiede per prima di farsi fotografare con Hulk! 💪🏻😎

selfie con hulk

selfieset di batman alla mostra cinepassioni di genova

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

 

SalvaSalva

SalvaSalvaSalvaSalva

SalvaSalvaSalvaSalva

david bowie illustrazione

David Bowie: un bambino racconta il mito

Il compito dato dalla maestra è di fare una ricerca su un personaggio famoso. Il bambino (prima elementare) sceglie David Bowie e realizza questo video. Pochi minuti di puro entusiasmo per Ziggy Stardust, Major Tom e il Duca Bianco. Lo sapevamo già, ma ne abbiamo la riprova: l’arte stimola la fantasia al di là di ogni limite generazionale.

Per quanto mi riguarda, il miglior biografo di Bowie esistente è un bambino di 6 anni!

 

*fonte immagine di copertina

consigli per ritratti street photography

Street photography: come fotografare gli sconosciuti

7 esercizi per scattare foto ritratti ai passanti senza imbarazzo

Avvicinare sconosciuti passanti per scattare una foto mi ha sempre dato problemi. Come interpellarli? Capiranno le mie intenzioni? Che voglio un foto ritratto perché trovo abbiano personalità e un viso interessante? E se reagissero male?
Ho sempre avuto così paura che alla fine non ho mai provato.

In uno dei video sul canale YouTube di fotografia di Ed ho trovato ispirazione e consigli pratici. Parla con le persone e spiegati, imposta la messa a fuoco e aspetta con pazienza il momento giusto per scattare. Qualche volta fai finta di niente: non si sono accorti che stai fotografando proprio loro. E come regola generale, non fare la stronza. Sii gentile ed amichevole e loro lo saranno con te.

Al primo giorno libero acchiappo la macchina fotografica (che comunque è stata a riposare troppo a lungo)! Se verrete fermati per strada da una tipa alta, con gli occhiali da sole e un po’ impacciata fatele un sorriso d’incoraggiamento: sta solo sperimentando la street photography.

Chiamatemi Anna: il making of della sigla d’apertura

Anna dai capelli rossi mi accompagna dalla scuola elementare. L’ho incontrata prima nella serie animata degli anni ’90 – hey, sapevi che le scenografie sono opera di Hayao Miyazaki?! Dopo ho recuperato i romanzi (i primi due, perché i seguenti sono francamente dimenticabili). Quanto poteva volerci perché Chiamatemi Anna, la nuova rivisitazione di Avonlea in chiave dark firmata Netflix, mi prendesse? Francamente, è bastata la sigla iniziale.

Difficile immaginare una sequenza d’apertura più raffinata. È stata creata dallo studio grafico Imaginary Forces, lo stesso dietro l’intro di Stranger Things, Jessica Jones e Mad Man. L’artista Brad Kunkle ha realizzato otto dipinti ad olio su legno e lino. Gli ci sono volute circa tre settimane per completarli.

Brad Kankle illustra la sigla di Chiamatemi Anna

Dopo il lavoro “analogico” del pittore, entra in gioco il digitale. Per portare alla vita i quadri di Kunkle in una sequenza d’apertura altrettanto suggestiva, i grafici hanno lavorato a modelli digitali in 3D. Era importante che la rielaborazione del materiale non snaturasse l’opera originale.

Il risultato è la sigla che vediamo in apertura di ogni episodio di Chiamatemi Anna: ricchissima di suggestioni e riferimenti.
In 40 secondi, la sequenza si muove dall’inverno all’estate, attraversando tutte le quattro stagioni. È il percorso emotivo (nonché fisico) della protagonista dal gelo dell’orfanotrofio al calore famigliare. Il passero, raffigurato capovolto nell’inverno, per l’autunno ha ritrovato il suo equilibrio. Come Anna.

illustrazione passero dalla sigla di chiamatemi anna

Le frasi più celebri del romanzo di Lucy Maud Montgomery appaiono intagliate nei rami che decorano ogni scena evocando la profonda connessione di Anne con la natura. La mia preferita?

But if you have big ideas, you have to use big words to express them, haven’t you?

Sono state le showrunner Moira Walley-Beckett e Miranda de Pencier a scegliere le citazioni, ma l’idea iniziale di inserirle nei dipinti è stata di Kunkle:

Sono cresciuto facendo escursioni sul Sentiero degli Appalachi, e se cresci vicino ai boschi vedi per forza questi intagli negli alberi. Di solito sono le iniziali di fidanzatini del liceo con un cuore intorno. Significa che il tuo amore crescerà insieme all’albero. Sono affascinato da questo concetto.

Nella sequenza d’apertura di Chiamatemi Anna non mancano gli animali. Una volpe, un gufo e un colibrì sono lì a raccontare la personalità di Anna: intelligente e guardinga, coraggiosa, gioiosa e chiacchierina.

C’è un dettaglio che subito non avevo notato: Anna che fa giurin giurella intrecciando il mignolo con un’altra se stessa dai capelli più scarmigliati e sciolti sulle spalle. Il gesto simboleggerebbe, secondo gli autori, la connessione con e l’accettazione di entrambi gli aspetti della sua personalità.

Io credo che quello sia anche un patto di auto-rispetto di se stessa, come quello di Jane Eyre, role model (più volte esplicitamente citata) dell’Anna di Netfilx.

Se tutto il mondo ti odiasse e ti credesse cattiva, mentre la tua coscienza ti approvasse e ti assolvesse dalla colpa, tu non saresti senza amici. – Jane Eyre

SalvaSalvaSalvaSalva

SalvaSalva

Quando i Beatles tennero un concerto e si presentarono solo in 18

Da qualche parte bisogna pur cominciare. Per i Beatles una di quelle parti fu il Palais Ballroom di Aldershot, dove nel 1961 si esibirono di fronte ad un pubblico di sole 18 persone. Nessun evento esclusivo… è che semplicemente dei Beatles non fregava niente a nessuno. I Beatles non erano ancora THE BEATLES. Era il primo concerto nel sud dell’Inghilterra per Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Pete Best.

Arrivammo, scaricammo la roba, i ragazzi posizionarono gli amplificatori e aspettammo che la gente arrivasse a frotte – e aspettammo, e aspettammo, e aspettammo.

Terry McCann

Qualcuno, richiamato da Sam Leach (amico e in quell’occasione autista dei Beatles) per la strada, infilò il naso nella sala da ballo per poi andarsene da qualche altra parte sentenziando “noioso”.

Ma piangersi addosso troppo a lungo non è bene.

A metà di un pezzo George e Paul misero il loro cappotto e scesero sulla pista da ballo per improvvisare un foxtrot insieme, mentre il resto di noi tentava con difficoltà di fare abbastanza musica per loro e la manciata di spettatori. Abbiamo fatto i clown per l’intera seconda metà della serata. John e Paul suonavano deliberatamente corde e note sbagliate e aggiungevano alle canzoni parole che nei testi originali non c’erano mai state.

Pete Best

Alle 21.30 sbaraccarono. Sam portò le birre.

Beatles ad Aldershot post showjohn lennon aldershot post show

Stranger Things: la soundtrack completa

Mornings are for coffee and contemplation è diventato il mantra del lunedì mattina. La verità è che quei piccoli nerd in bicicletta all’avventura per il quartiere iniziano a mancarmi, e ogni scusa è buona per parlare di Stranger Things. Dopo le 20 più belle fan art, per calarci ancora una volta nel mood della serie abbiamo la playlist comprensiva di tutte le canzoni orecchiate nel corso degli otto episodi.

Secondo quale criterio i fratelli Duffer, ideatori della serie, avranno selezionato le canzoni per Stranger Things, scegliendole tra il mare di brani musicali esistenti? Logico pensare che quelle fossero le canzoni della loro infanzia… E invece no. I Duffer hanno fatto un lavoro che per l’eclettismo sonoro ricorda i mix di Tarantino, ma nulla, nel caso di Stranger Things, era stato pre-programmato in sceneggiatura.

Should I stay or should I go? dei Clash era pianificata, ma tutto il resto, come White Rabbit dei Jefferson Airplane e i The Bangles, eravamo più che altro noi ad ascoltare quanta più musica degli anni ’80 potevamo, per vedere quello che poteva andare bene allo scopo. Ovviamente abbiamo puntato su quello che avrebbe potuto essere effettivamente ascoltato intorno al 1983. Per noi era più questione di tono, sensazione e storie che queste canzoni raccontavano.
Ross Duffer

 

ASCOLTA LA PLAYLIST COMPLETA DELLE CANZONI DI STRANGER THINGS
 
Apple MusicSpotify

 

Un’ora e ventisette minuti di musica basteranno per curare la mia astinenza da Stranger Things? E la tua?

SalvaSalva

Kiki, consegne a domicilio: la magia nell’insicurezza

Tradizione vuole che quando una strega compie 13 anni lasci la famiglia partendo per l’apprendistato che la consacrerà strega a tutti gli effetti. Per onorare la tradizione, Kiki prende il volo sulla collaudata scopa di saggina della madre, alla ricerca di una città in cui mettersi alla prova. Possibilmente vista mare.

Ricorda un po’ me, partita per Genova alla fine del liceo. Niente gatto nero e niente scopa (mamma, non oserei mai darti della strega 😜), ma una città di mare all’orizzonte c’era, con il faro più alto del Mediterraneo a proiettare luci e ombre sul mio cammino. Non so dire chi l’abbia avuta vinta, se io o la città. Oggi, che sono d’umore malmostoso, la vittoria la concederò a lei.

Kiki percorre un viaggio dell’eroe inconsueto, o meglio tanto usuale da perdere ogni aura d’eroismo. Deve prendersi cura di se stessa e del gatto Jiji, trovare i soldi per la spesa e assicurarsi un tetto sopra la testa. Ad Hayao Miyazaki non serve un’epica lotta tra bene e male per movimentare la situazione. Lui, poeta della quotidianità, dona alla sua Kiki l’insicurezza.

Si ritiene che il potere di volare liberi dalla terra, ma la libertà è accompagnata da ansia e solitudine.
Hayao Miyazaki

E cosa si può fare quando l’ispirazione viene meno e anche i poteri magici scompaiono, gravati da solitudine e scoramento?
Entrare in contatto con la natura, fare altro, prendersi il lusso di un momento. Domandare l’aiuto di un amico, non sperarlo solo. È una risposta così pratica quella che Ursula, l’amica pittrice, dà a Kiki, che mi rassicura ogni volta.

Del resto quel “concedersi un momento” è la quintessenza dei lavori di Miyazaki, non solo di Kiki – Consegne a domicilio. Nei suoi film le azioni non sono per forza funzionali al procedere della storia. Talvolta un personaggio osserva lo scorrere del fiume, sospira o solo si siede per pochi istanti.

Abbiamo una parola per questo, in giapponese. È ma. Vuoto. È lì intenzionalmente.
Hayao Miyazaki

Ho messo su il blu-ray di Kiki – Consegne a domicilio. Ho gustato il silenzio. La giornata non sembra più così grigia.

SalvaSalva

Come funziona la creatività?

Grant Snider usa penna, inchiostro e tavolozza di colori per immortalare i meccanismi del processo creativo in strisce di fumetti sintetiche quanto acute e poetiche. Disegna l’ispirazione, la contemplazione e finanche la disperazione e la quotidiana frustrazione, fedele compagna di ogni guizzo di creatività. Sei un artista, uno che gioca con le parole, i colori e le note… Tu sai di cosa sto parlando!

come funziona la creatività

 

come funziona la creatività secondo Grant Snider

Nel nuovo libro di Grant Snider trovi tante tavole a fumetti, compresa questa qui sopra che la musicalità delle parole di Shakespeare mi ha obbligata a condividere nella speranza che anche tu potessi ascoltarne verità e perfezione.

* fonte del fumetto

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

meryl streep come florence

Florence, l’arte del cantare male

La storia tragicomica della peggiore cantante del mondo

Il viso come una maschera in cui naso e zigomi sono il punto d’appoggio del suono, il diaframma che regola la respirazione sostenendo il flusso d’aria, la lingua che si muove sui binari dei denti modulando la nota. Sono tutte cose che ho imparato dalla mia insegnante di canto, una soprano formidabile con un sorriso contagioso. Ho anche imparato che nemmeno la più orecchiabile aria di Mozart è facile da cantare, perché il suono corretto non è semplice da produrre. I professionisti ci riescono, e, lasciati alle cure di chi ci sa fare, anche i vocalizzi della Regina della Notte sembrano un gioco da ragazzi.

Ma quanto può essere difficile cantare male… di proposito?

Difficile dirlo: tendiamo tutti quanti a fare l’opposto, preferendo una nota azzeccata a un acuto sghembo. Certo è che il lavoro di preparazione fatto da Meryl Streep per il film Florence ha dato risultati fenomenali.
Florence racconta un momento particolare della vita di un’outsider della storia della musica: il debutto di Florence Foster Jenkins, la peggior cantante del mondo, alla Carnegie Hall.

Ricca ereditiera, ex pianista, malata di sifilide e sincera amante della musica, la Jenkins era diventata nella New York degli anni ’40 una mecenate finanziando concerti, recital, spettacoli teatrali e circoli culturali. Era melomane a tal punto da cimentarsi lei stessa nell’arte del canto.
Florence Foster Jenkins era anche stonata come una campana.

Accettata la sfida di interpretarla sul grande schermo, Meryl Streep ha adottato un approccio di decostruzione della melodia, prima imparando le arie così come andrebbero cantate e poi “distruggendole” nello stile della Jenkins. Confrontando le registrazioni originali di Florence con gli stessi brani cantati da Meryl, si notano a mala pena le differenza.

meryl streep e hugh grant in florence

La vera Florence non si rendeva conto della sua inadeguatezza come cantante, non si accorgeva di stonare clamorosamente. Il suo pubblico rideva e si spanciava per le sue performance, eppure la registrazione della Jenkins è tra le più richieste all’archivio della Carnegie Hall, Cole Porter non si perse nessuno dei suoi recital (anche se poi si doveva conficcare il bastone nel piede nel tentativo di non scoppiare a ridere sonoramente) e la registrazione The Glory (????) of the Human Voice appare tra i 50 vinili preferiti di David Bowie. Florence cantava male, ma era seguita e amata. Doveva esserci qualcosa di più oltre alla facile (e sempre un po’ volgare) presa in giro della mancanza di talento.

È questo che il film di Stephen Frears racconta: forza di volontà e passione dirompente.
Il regista riesce a creare nella prima parte del film una deliziosa suspanse procrastinando la rivelazione della voce di Florence spiegata nel canto con un gioco simile a quello fatto da Spielberg in Jurassic Park per la famosa scena del brachiosauro. Poi, finalmente, la rivelazione, con le espressioni di sorpresa di Simon Helberg (qui nei panni del pianista Cosme McMoon, accompagnatore della Jenkins nelle lezioni di canto) che creano un effetto comico formidabile.

simon helberg in florence

Il film Florence fa ridere di gusto. Se la commedia è riuscita così bene è perché regista e sceneggiatore hanno scongiurato il pericolo della risata di scherno, che lascia sempre un po’ l’amaro in bocca. Molto meglio sorridere insieme a chi, stonatura dopo stonatura, comunque ci prova ad affrontare la vita con una musicale risata.

SalvaSalva

La La Land, citazioni a ritmo di jazz

Tutti i musical citati nel film musicale di Damien Chazelle

Premo il pulsante del bus, il campanello suona e si accende la luce rossa. Non è la mia fermata! Vabbè, scendo lo stesso: farò due passi.
È già buio e le macchine sfrecciano con i fanali accesi. Canticchio e sorrido mentre mi incammino verso casa. Sorrido!

Un film che mi fa quest’effetto per me è un film riuscito, e credo proprio che non mi toglierò dalla testa il jazz di La La Land ancora per un po’ di tempo.

Mentre ero in sala mi venivano in mente i vecchi musical con cui sono cresciuta: Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi
La La Land ne contiene tante di citazioni. Delicate, quasi impercettibili.
L’idea per questo post era di individuarle tutte, ma poi mi sono resa conto che c’è chi l’ha già fatto e molto meglio di quanto avrei mai potuto fare io che di musical ne ho visti si, ma (mi rendo conto ora) non così tanti.

You dance love, and you dance joy, and you dance dreams. And I know if I can make you smile by jumping over a couple of couches or running through a rainstorm, then I’ll be very glad to be a song and dance man. – Gene Kelly

Ecco, senza l’eleganza di un Fred Astaire o la perfezione di una Ginger Rogers, La La Land mi ha regalato leggerezza e freschezza. Cos’avrei potuto chiedere di più?!

SalvaSalva