Kiki, consegne a domicilio: la magia nell’insicurezza

Tradizione vuole che quando una strega compie 13 anni lasci la famiglia partendo per l’apprendistato che la consacrerà strega a tutti gli effetti. Per onorare la tradizione, Kiki prende il volo sulla collaudata scopa di saggina della madre, alla ricerca di una città in cui mettersi alla prova. Possibilmente vista mare.

Ricorda un po’ me, partita per Genova alla fine del liceo. Niente gatto nero e niente scopa (mamma, non oserei mai darti della strega 😜), ma una città di mare all’orizzonte c’era, con il faro più alto del Mediterraneo a proiettare luci e ombre sul mio cammino. Non so dire chi l’abbia avuta vinta, se io o la città. Oggi, che sono d’umore malmostoso, la vittoria la concederò a lei.

Kiki percorre un viaggio dell’eroe inconsueto, o meglio tanto usuale da perdere ogni aura d’eroismo. Deve prendersi cura di se stessa e del gatto Jiji, trovare i soldi per la spesa e assicurarsi un tetto sopra la testa. Ad Hayao Miyazaki non serve un’epica lotta tra bene e male per movimentare la situazione. Lui, poeta della quotidianità, dona alla sua Kiki l’insicurezza.

Si ritiene che il potere di volare liberi dalla terra, ma la libertà è accompagnata da ansia e solitudine.
Hayao Miyazaki

E cosa si può fare quando l’ispirazione viene meno e anche i poteri magici scompaiono, gravati da solitudine e scoramento?
Entrare in contatto con la natura, fare altro, prendersi il lusso di un momento. Domandare l’aiuto di un amico, non sperarlo solo. È una risposta così pratica quella che Ursula, l’amica pittrice, dà a Kiki, che mi rassicura ogni volta.

Del resto quel “concedersi un momento” è la quintessenza dei lavori di Miyazaki, non solo di Kiki – Consegne a domicilio. Nei suoi film le azioni non sono per forza funzionali al procedere della storia. Talvolta un personaggio osserva lo scorrere del fiume, sospira o solo si siede per pochi istanti.

Abbiamo una parola per questo, in giapponese. È ma. Vuoto. È lì intenzionalmente.
Hayao Miyazaki

Ho messo su il blu-ray di Kiki – Consegne a domicilio. Ho gustato il silenzio. La giornata non sembra più così grigia.

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meryl streep come florence

Florence, l’arte del cantare male

La storia tragicomica della peggiore cantante del mondo

Il viso come una maschera in cui naso e zigomi sono il punto d’appoggio del suono, il diaframma che regola la respirazione sostenendo il flusso d’aria, la lingua che si muove sui binari dei denti modulando la nota. Sono tutte cose che ho imparato dalla mia insegnante di canto, una soprano formidabile con un sorriso contagioso. Ho anche imparato che nemmeno la più orecchiabile aria di Mozart è facile da cantare, perché il suono corretto non è semplice da produrre. I professionisti ci riescono, e, lasciati alle cure di chi ci sa fare, anche i vocalizzi della Regina della Notte sembrano un gioco da ragazzi.

Ma quanto può essere difficile cantare male… di proposito?

Difficile dirlo: tendiamo tutti quanti a fare l’opposto, preferendo una nota azzeccata a un acuto sghembo. Certo è che il lavoro di preparazione fatto da Meryl Streep per il film Florence ha dato risultati fenomenali.
Florence racconta un momento particolare della vita di un’outsider della storia della musica: il debutto di Florence Foster Jenkins, la peggior cantante del mondo, alla Carnegie Hall.

Ricca ereditiera, ex pianista, malata di sifilide e sincera amante della musica, la Jenkins era diventata nella New York degli anni ’40 una mecenate finanziando concerti, recital, spettacoli teatrali e circoli culturali. Era melomane a tal punto da cimentarsi lei stessa nell’arte del canto.
Florence Foster Jenkins era anche stonata come una campana.

Accettata la sfida di interpretarla sul grande schermo, Meryl Streep ha adottato un approccio di decostruzione della melodia, prima imparando le arie così come andrebbero cantate e poi “distruggendole” nello stile della Jenkins. Confrontando le registrazioni originali di Florence con gli stessi brani cantati da Meryl, si notano a mala pena le differenza.

meryl streep e hugh grant in florence

La vera Florence non si rendeva conto della sua inadeguatezza come cantante, non si accorgeva di stonare clamorosamente. Il suo pubblico rideva e si spanciava per le sue performance, eppure la registrazione della Jenkins è tra le più richieste all’archivio della Carnegie Hall, Cole Porter non si perse nessuno dei suoi recital (anche se poi si doveva conficcare il bastone nel piede nel tentativo di non scoppiare a ridere sonoramente) e la registrazione The Glory (????) of the Human Voice appare tra i 50 vinili preferiti di David Bowie. Florence cantava male, ma era seguita e amata. Doveva esserci qualcosa di più oltre alla facile (e sempre un po’ volgare) presa in giro della mancanza di talento.

È questo che il film di Stephen Frears racconta: forza di volontà e passione dirompente.
Il regista riesce a creare nella prima parte del film una deliziosa suspanse procrastinando la rivelazione della voce di Florence spiegata nel canto con un gioco simile a quello fatto da Spielberg in Jurassic Park per la famosa scena del brachiosauro. Poi, finalmente, la rivelazione, con le espressioni di sorpresa di Simon Helberg (qui nei panni del pianista Cosme McMoon, accompagnatore della Jenkins nelle lezioni di canto) che creano un effetto comico formidabile.

simon helberg in florence

Il film Florence fa ridere di gusto. Se la commedia è riuscita così bene è perché regista e sceneggiatore hanno scongiurato il pericolo della risata di scherno, che lascia sempre un po’ l’amaro in bocca. Molto meglio sorridere insieme a chi, stonatura dopo stonatura, comunque ci prova ad affrontare la vita con una musicale risata.

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La La Land, citazioni a ritmo di jazz

Tutti i musical citati nel film musicale di Damien Chazelle

Premo il pulsante del bus, il campanello suona e si accende la luce rossa. Non è la mia fermata! Vabbè, scendo lo stesso: farò due passi.
È già buio e le macchine sfrecciano con i fanali accesi. Canticchio e sorrido mentre mi incammino verso casa. Sorrido!

Un film che mi fa quest’effetto per me è un film riuscito, e credo proprio che non mi toglierò dalla testa il jazz di La La Land ancora per un po’ di tempo.

Mentre ero in sala mi venivano in mente i vecchi musical con cui sono cresciuta: Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi
La La Land ne contiene tante di citazioni. Delicate, quasi impercettibili.
L’idea per questo post era di individuarle tutte, ma poi mi sono resa conto che c’è chi l’ha già fatto e molto meglio di quanto avrei mai potuto fare io che di musical ne ho visti si, ma (mi rendo conto ora) non così tanti.

You dance love, and you dance joy, and you dance dreams. And I know if I can make you smile by jumping over a couple of couches or running through a rainstorm, then I’ll be very glad to be a song and dance man. – Gene Kelly

Ecco, senza l’eleganza di un Fred Astaire o la perfezione di una Ginger Rogers, La La Land mi ha regalato leggerezza e freschezza. Cos’avrei potuto chiedere di più?!

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Citizen Kane: il puzzle della vita

Chi siamo? Cos’è che definisce la nostra personalità?
È una questione che per qualche ragione è saltata spesso fuori nelle mie conversazioni degli ultimi tempi. A dare quella che credo essere l’unica risposta possibile è stato Orson Welles in Citizen Kane, tradotto in italiano, Quarto potere. Un titolo fuorviante, quello della versione italiana.

Il magnate dell’editoria Charles Foster Kane è appena morto lasciando un patrimonio sterminato e l’enigma di un’ultima parola dal significato sconosciuto.
Il film segue le indagini di un reporter incaricato di scrivere un pezzo che, andando al di là del personaggio mediatico, possa far luce sul Charles Foster Kane uomo.
Dunque si, giornali, redazioni, quarto potere, sono l’ambientazione. Orson Welles però va più a fondo.


Citizen Kane racconta il tentativo di spiegare una vita. Ma è possibile ridurre la vita di un uomo ad una sola definizione?
Welles dice di no. Non a caso il passatempo per le tediose serate della signora Kane sono i puzzle, perchè è così che siamo: un rompicapo a cui si aggiungono pezzi senza mai vederne la fine.

Dorothy Comingore e orson Welles in Citizen Kane

Ogni cambio di prospettiva può rimettere tutto in discussione. Per i colleghi Charles Foster Kane era un innovatore e un megalomane, per la madre un innocente da salvare dagli abusi del padre, per l’ex moglie un carceriere, ma ne vediamo anche la tenerezza dei primi incontri, per la società un uomo di successo, brillante. Chissà poi come Charles Foster Kane vedeva se stesso. Il significato dell’ultima parola sul letto di morte, una volta rivelato (solo allo spettatore), non fa che acuire il mistero che ha reso grande questo film.

Si, perché per me il valore di Citizen Kane va oltre l’indubbia perizia narrativa, l’innovazione tecnica (con l’uso, per la prima volta sistematico, di profondità di campo e piano sequenza) e le straordinarie capacità attoriali di Orson Welles, in grado, a 25 anni, di portare credibilmente in scena il peso di 79 anni di vita travagliata. Quando dico che Citizen Kane è uno dei più alti esempi di cinema è perché mi punzecchia con domande difficili (anzi difficilissime) e stimolanti, senza la pretesa di dare riposte. Anzi, la tesi del film è proprio questa: certe domande non possono avere un’unica risposta.

Orson Welles in Quarto potere

Chi siamo, chi vorremmo essere, cosa resterà di noi una volta che non ce ne saremo andati… Sono tutte domande che ci facciamo (o sono solo io?). Qualche volta sono un mero esercizio intellettuale, altre volte ci tormentano un po’. Ma alla fine è come dice Pirandello in Uno, nessuno e centomila:

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.

Insomma, la risposta alla nostra domanda più intima è un grosso, gigantesco boh?!.
A me piace così! Vuol dire che ci costruiamo un po’ ogni giorno con piccole scelte, gusti, incontri, passioni… liberi di aggiungere al puzzle della nostra personalità un numero infinito di pezzi.

La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola.

C’è dell’armonia in questa casualità, non trovi?

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david bowie l'uomo che cadde sulla terra

L’uomo che cadde sulla terra

David Bowie esordisce sul grande schermo nel 1976 con L’uomo che cadde sulla Terra. Il ruolo pare scritto apposta per lui: è un alieno dalle fattezze umanoidi arrivato sulla Terra per trovare rimedio alla siccità che sta uccidendo il suo pianeta natale. Ma quella raccontata nel film di Nicolas Roeg è una storia di perdenti, non di eroi, e il protagonista è destinato a veder fallire il suo piano di salvezza, minato e consumato dalle passioni umane.


Stiamo parlando di un film di fantascienza, un genere la cui peculiarità è partire da mondi lontani per arrivare all’essenza dell’uomo. Bowie, nei panni dell’alieno Thomas Jerome Newton, stringe legami con le (poche) persone che lo circondano, si innamora della cameriera Mary-Lou, ma rimane il “diverso” costretto all’omologazione. Indossa parrucca e lenti a contatto per nascondere la sua identità aliena e l’esposizione ai vizi terreni innesca un percorso di corruzione che lo vede come carnefice di se stesso, mentre fissa nei molti monitor televisivi ammassati nella sua stanza ciò che è l’uomo e il suo modo di vivere.

La trama procede per brusche ellissi, confondendo i confini spazio-temporali. Al centro di questo sogno allucinato c’è lui, David Bowie, carico di fascino magnetico e androgino, in quella che è (a mio modo di vedere) la migliore interpretazione della sua carriera d’attore. Riferendosi alle precarie condizioni fisiche e mentali in cui si trovava all’epoca delle riprese a causa dell’uso di droghe, lui stesso la ricorda come << una buona esibizione di qualcuno che cade letteralmente a pezzi di fronte a te >>. Nelle sue parole il confine tra l’alieno e l’umano si fa meno definito.
* pubblicato originariamente su MAT2020 (aprile 2016)

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Disegni e illustrazioni dal Sottosopra

20 Stranger Things fan art in onore della cultura pop anni ’80

Qui si parla di cultura pop e Stranger Things è cultura pop all’ennesima potenza! D&D, il poster di La Cosa di John Carpenter a cinque minuti dall’inizio dello show, e poi E.T., Spielberg, Alien, Star Wars, Stand by me e le atmosfere noir alla Stephen King.
Stranger Things ha il fascino del conosciuto declinato con un’originalità che non annoia e affascina l’appassionato e anche chi è estraneo all’immaginario geek e pop.
Se poi ci aggiungi l’ottima recitazione di un cast scelto per una volta tanto non secondo cliché estetici ma con l’obiettivo di portare in scena personaggi carismatici nel loro semplice realismo, una colonna sonora niente male* e una certa onestà di fondo nel raccontare la storia, allora forse mi perdonerai se mi sbilancio più di quanto faccio di solito e mi azzardo a definire Stranger Things migliore serie TV dell’anno. Certo lo è per me: da tempo non mi divertivo tanto davanti allo schermo!

Credo (ma su questo punto vorrei anche il tuo parere) che buona parte del divertimento derivi da una sceneggiatura attenta alla concatenazione degli eventi, ma senza soccombere all’ansia di voler spiegare l’inspiegabile. Will viene rapito dal mostro di una dimensione parallela, il Sottosopra, Undi ha poteri psichici e telecinetici. Ci vengono forniti alcuni elementi di comprensione – gli esperimenti scientifici, i poteri di Undici fuori controllo che aprono un varco dimensionale – ma i meccanismi di questo “altro mondo” rimangono un mistero. Se ci pensi, è un po’ quello che ha fatto Spielberg con E.T.: della natura del piccolo alieno sai poco niente, ma ti ha coinvolto ed emozionato, così, mentre scorrono i titoli di coda, fai congetture, fantastichi e, in definitiva, porti con te il personaggio ben dopo la fine della pellicola. E che bello quando questo succede!

Internet è la prova che non sono l’unica ad essere rimasta affascinata da Stranger Things, perché la rete è strapiena di stupendi lavori grafici dei fan che hanno voluto rendere omaggio a Mike, Undi e Barb con la loro arte. Qualche esempio?

Hai trovato altre fan art o ti ci sei cimentato tu stesso? Lascia un commento al post tramite Facebook e allega l’immagine! Espandiamo gli orizzonti del Sottosopra!

*Non temere, ho pensato anche a te: ecco le musiche di Stranger Things su Apple Music.

Jurassic Park, storia di un’inquadratura perfetta

Avevo tre anni quando Jurassic Park è uscito al cinema. Scientificamente accurato o meno, era la prima volta che i dinosauri si muovevano sul grande schermo con il realismo della CGI.

C’è una scena, verso l’inizio del film, che è la mia preferita. Basta quella scena per capire perché il primo Jurassic Park, entrato nella storia del cinema, non ne uscirà mai.

Si tratta della prima volta che il dottor Grant ed Ellie vedono uno dei dinosauri del parco. Un brachiosauro, per la precisione.

Ecco, Spielberg avrebbe potuto inquadrare subito l’animale, immenso e sbalorditivo grazie alla computer grafica, ma Spielberg è un regista e il compito del regista è narrare.

Così il gruppo di Jeep si ferma in un prato. La telecamera si muove in avanti, avvicinandosi al dottor Grant: ha visto qualcosa di stupefacente, qualcosa che rimane alle nostre spalle e non possiamo vedere.

Sappiamo solo che “la cosa” deve essere proprio incredibile perché Grant si leva il cappello, quasi fosse d’ostacolo al suo stupore, e si alza.

Mentre Alan si tira in piedi sul retro della Jeep, la telecamera lo segue riposizionandosi all’altezza dei suoi occhi. Per tutta risposta, lui si libera anche degli occhiali da sole.

Ora finalmente scopriremo la ragione di tanta meraviglia!

E invece no: Spielberg indugia ancora un attimo, giusto un istante.
La macchina da presa di sposta sulla dottoressa Sattler. Ellie, la paleobotanica del gruppo, sta studiando la foglia di una pianta preistorica.
Presa com’è dal suo lavoro, non si è accorta dei movimenti di Alan. Allora la mano del dottor Grant irrompe nell’inquadratura, afferra la testa di Ellie e la costringe a voltarsi verso sinistra.

Adesso anche lei si stupisce per qualcosa che allo spettatore è del tutto ignoto.
Come Grant, si toglie gli occhiali da sole e scatta in piedi come una molla, mentre la telecamera segue i suoi movimenti.

Ora Alan ed Ellie condividono lo schermo in un primo piano così pieno di stupore da essere un meme perfetto.

Ma che cosa stanno guardando di così sorprendente? Adesso vogliamo proprio saperlo!

Questa volta Spielberg non ci delude. Costruita la suspance (il termine tecnico nell’era di Game of Thrones è hype), è arrivato il momento di rivelare la grande attrazione del film.

Se il dinosauro stupisce non è solo grazie al magnifico lavoro della Industrial Light & Magic. Con quella manciata di inquadrature che abbiamo appena visto, Spielberg prolunga l’attesa quel tanto che basta, ma non un secondo di più. Indugia su Alan ed Ellie mentre nasconde il fulcro narrativo, il vero protagonista della scena. In altre parole, crea aspettativa.

Inquadrato all’improvviso, il dinosauro ci avrebbe lasciati ugualmente a bocca aperta? Io non credo, e ora te lo dimostro.
Nel sequel del 2015, Jurassic World, c’è una scena analoga a quella del film del ’93 eppure fastidiosamente stridente.
Quando il gigantesco dinosauro acquatico balza fuori dall’acqua colpisce per mole e realismo, ma nulla più di questo. Niente stupore, niente emozione. È solo una scena, forse un po’ più spettacolare, che passa in coda alle altre.
 

 
Qual è il problema? Manca la narrazione! Manca quell’impercettibile gioco di inquadrature e ritardi che ha reso indimenticabile il film di Spielberg.
Potrei concludere dicendo che non ci sono più i bei film di una volta, ma forse sono solo io che sto invecchiando. In tal caso, benvenuta al Jurassic Park!

Star Wars, genesi di un fan

Non so cosa faccia nei weekend la gente normale, ma quelli come me alle volte passano un paio d’ore a guardarsi un documentario sulla realizzazione di Star Wars (trilogia originale).

Ho provato affetto e nostalgia nel vedere i video di backstage dal set di Tatooine, con Alec Guinness imperturbabile sotto il cocente sole africano e la troupe impegnata a montare R2-D2.

Star Wars – Una nuova speranza è il primo film che io abbia mai visto, o almeno è il primo di cui ho memoria. Era registrato su un vecchio VHS, Lucas non ci aveva ancora rimesso mano e Han sparava senza dubbio per primo.



Non ho mai avuto modo di vivere l’esperienza della trilogia originale sul grande schermo e anche se nel mondo è diventato da subito fenomeno di culto, io l’ho sempre vissuto in modo molto personale.

Pochi compagni di classe avevano visto il film, forse uno o due, e internet mi era ancora zona preclusa.
Allora sono diventata fan di Guerre Stellari a modo mio.
Quante avventure a bordo del Millennium Falcon!
Niente romanzi, fumetti o merchandising e niente universo espanso: dove i film si interrompevano, subentrava la mia fantasia.
Star Wars ha segnato la mia infanzia (direi la vita, ma non vorrei sembrare troppo melodrammatica) e insieme alla mia quella di milioni di persone.
Come può un film dalla trama così semplice essere tanto importante?

star wars foto dal set


Credo che la chiave del successo di Star Wars sia proprio quella storia così semplice.
Certo, ci sono effetti speciali che hanno rivoluzionato il modo di fare cinema, ma non è grazie a quelli che il film riesce ad entrare nel cuore degli spettatori generazione dopo generazione. Il merito è della storia.
C’è un giovane messo alla prova, un anziano mentore e il compagno d’avventure spalla dell’eroe. C’è pure una principessa da salvare, peperina e sarcastica come nessun’altra.
Guerre Stellari è costruito su archetipi narrativi. Il viaggio dell’eroe, la lotta tra Bene e Male… sono tutte cose che si trovano nelle fiabe.
Secondo Gianni Rodari

la fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo.


Star Wars sarà pur ambientato in un universo polveroso e arrugginito lontano anni luce, ma parla di noi, delle difficoltà da affrontare per trovare la nostra strada e delle avventure che ci attendono.
Con in più le spade laser a rendere tutto migliore!

star wars behind the scene

Questa è la mia storia di fan di Star Wars. Qual è la tua?

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recensione crimson peak

Crimson Peak, molti fantasmi e poca sostanza

Ho pensato ad almeno sei incipit diversi per questo articolo.

Qual è il problema? Ho visto l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti e non mi è piaciuto.
Crimson Peak è il nono lungometraggio di Guillermo Del Toro, un racconto gotico ambientato in una fatiscente villa popolata di fantasmi che prende nome dal terreno rossastro su cui sorge.
Quella casa è tutto ciò che il film ha da offrire, perché, come dice Jackie Lang nella sua recensione, << ma l’hai mai visto un film in cui una casa è talmente impregnata di sangue e violenza da sanguinare per allegoria? >>.
I problemi arrivano con la sceneggiatura: un ricettacolo di banalità da soap opera dal finale scontato e poco riuscito, considerato il risolino sfuggitomi in quello che avrebbe dovuto essere il momento di maggior tensione.

È la storia di Pacific Rim che si ripete, ma Crimson Peak non può nemmeno contare su robottoni e kaijū che se le danno a suon di transatlantici usati come mazze da baseball.

Crimson Peak, recensione, horror, Tom Hiddleston, cinema,

Edith, la protagonista, è un’aspirante scrittrice, indipendente e progressista. Peccato che poi rimanga in balia degli eventi per tutto il film. Si innamora alla velocità della luce di Thomas Sharp, nobile inglese arrivato in America in cerca di finanziamenti per la sua ultima invenzione, e lo sposa. Trasferitasi con il marito a vivere nell’antica dimora di famiglia, lascia che siano i fantasmi che la popolano a indicarle (letteralmente) quella verità che lo spettatore capisce fin dall’inizio.

Un’eroina dallo spessore morale di uno stoccafisso.

Nemmeno Tom Hiddleston, con un personaggio fatto di sguardi languidi e passività, ne esce granché bene. L’unica che, avendo capito lo spirito del film, sembra divertirsi un mondo è Jessica Chastain, folle e magnifica nei panni di Lucille, vendicativa sorella di Sir Thomas.

Pure i fantasmi sono riusciti. Dare vita alle creature della nostra immaginazione è una cosa che a Del Toro è sempre riuscita egregiamente. Come in tutti i suoi film, anche in Crimson Peak a dar corpo ai fantasmi color cremesi sono attori in carne ed ossa, coperti a regola d’arte di protesi e trucco.

PART 1 The ghosts were actors in full make up. Enhanced by CGI- not the other way around. pic.twitter.com/yYkS4lFPOK

— Guillermo del Toro (@RealGDT) 30 ottobre 2015

Tra di loro c’è Doug Jones, immancabile collaboratore di Del Toro dai tempi del Labirinto del fauno.

 

Still time to see me as these 2 ghosts in #CrimsonPeak (Make-ups by DDT Efectos Especiales) Thank you @RealGDT pic.twitter.com/KbY8H89Ham

— Doug Jones (@actordougjones) 2 novembre 2015

 

Bene, dunque, il design dei fantasmi. Peccato che siano sfruttati pochissimo e quasi mai come motori determinanti dell’azione. Per come la vedo io, si limitano a indicare a Edith una verità che è già sotto i suoi occhi.
In fondo, anche il fantasma bambino di La spina del diavolo altro non era se non una guida per il protagonista. In più, Del Toro attinge proprio da quel suo vecchio film l’idea del sangue che fluttua intorno alle ferite mortali del fantasma: ne La spina del diavolo era il bambino morto annegato, in Crimson Peak la donna assassinata nella vasca da bagno.

Eppure il primo film gioca magistralmente sull’ambiguità del fantasma, mentre nel secondo il dilemma sulla bontà o malvagità degli spiriti dei morti che si palesano ai vivi è risolto in un modo così sbrigativo da togliere a queste creature ogni ragion d’essere.

Il punto è che Crimson Peak è come una scatola di cioccolatini della migliore qualità che poi, una volta aperta, scopri essere vuota. Però devo ammetterlo, scatole così sontuose sono una vera gioia per gli occhi.

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il labirinto del fauno poster

Il Labirinto del Fauno, il fantasy che insegna a disobbedire

Ofelia, la protagonista, muore.

Nessuno spoiler: è così che Guillermo Del Toro apre il suo sesto lungometraggio, con la giovane protagonista sdraiata per terra che respira affannosamente mentre il sangue le bagna il viso. Poi il nastro si riavvolge per consegnarci l’inizio della storia.

Spagna, 1944. Mentre il capitano Vidal è impegnato a dare la caccia agli ultimi oppositori del regime franchista, Ofelia, la sua figliastra, scopre un labirinto pietroso nel bosco. Alla bambina si aprono allora le porte di un mondo incantato: riconosciuta dalle fate come principessa di un regno sotterraneo, potrà farvi ritorno solo superando le tre pericolose prove imposte dal fauno, enigmatico custode del labirinto.

il labirinto del fauno di guillermo del toro

Del Toro, che come regista e sceneggiatore (tra alti e bassi) ci sa fare, crea un gioco di infiniti rimandi: arricchisce le inquadrature di sottotesti e poi sta a vedere se riusciamo a risolvere il rebus.

Per esempio, ricordi la scena in cui Ofelia, impegnata a portare a termine le tre prove imposte dal fauno, incontra “l’uomo pallido? Ecco, la memorabile creatura divoratrice di bambini, custode di un magico tavolo imbandito, riecheggia per voracità Crono, divinità della mitologia greca che, pur di non cedere il trono dell’Olimpo, mangiò i suoi stessi figli. Caso vuole che il primo lungometraggio diretto dal regista messicano si intitoli proprio Cronos.

Continuando il gioco di associazioni, noterai come l’uomo pallido occupi lo stesso posto a capotavola in cui sedeva il capitano Vidal qualche istante prima, durante la scena del banchetto. La pila di scarpe nell’antro della creatura ricorda le tristi immagini dei mucchi di vestiti rubati alle vittime nei campi di concentramento nazisti, ma è anche anticipazione delle scarpe nuove di zecca con cui Ofelia entrerà finalmente nel regno sotterraneo. Sono scarpe rosse, proprio come quelle della Dorothy di Judy Garland e della Viki di Scarpette Rosse, film britannico del 1948.

analisi del film il labirinto del fauno

In poche inquadrature Del Toro ha costruito una vasta correlazione di citazioni e rimandi all’interno e all’esterno del film.

Lo stesso uomo pallido è citazione di qualcos’altro.

Nel momento in cui Ofelia mette piede nel labirinto, quel finale offertoci come immagine d’apertura si complica. Le fate esistono davvero o sono solo frutto della fantasia di una bambina dalla fervida immaginazione con la necessità di evadere dalla difficile realtà? Vengono mescolate le carte in tavola e il film si rifiuta di obbedire al nostro desiderio di una visione dei fatti chiara e inequivocabile.

Questo è il succo della storia raccontata dal Labirinto del Fauno: la disobbedienza. C’è la disobbedienza dei ribelli che vogliono liberare la Spagna dal giogo della dittatura, c’è la disobbedienza di Mercedes, governante nella casa del capitano che aiuta i ribelli a rischio della vita e c’è Ofelia che, obbedendo alla propria coscienza, mette in discussione gli ordini della madre, del patrigno e anche del fauno.

Il verbo disobbedire non ha più un’accezione negativa, ma acquista tutto il valore del rimanere fedeli a se stessi.

You only find yourself when you disobey. Disobedience is the beginning of responsibility, I think. – Guillermo Del Toro