Ghost in the shell

È il 2029, un futuro in cui il corpo umano può essere potenziato con innesti robotici. La Sezione 9, una squadra speciale di polizia, è stata istituita per combattere i crimini di natura informatica, perchè quando il cervello umano può essere innestato in un guscio di metallo, il minimo che ti puoi aspettare è l’acheraggio.
Nel corso delle indagini per un crimine informatico a sfondo diplomatico, il Maggiore Motoko Kusanagi, a capo delle azioni operative della Sezione 9, si imbatte nel Burattinaio. Il criminale cibernetico, divenuto flusso di dati all’interno della rete, pone al Maggiore un dilemma: cos’è che definisce l’esistenza e l’identità? Il quesito non cade nel vuoto, perchè il Maggiore è la perfetta fusione di cervello umano e corpo cibernetico.

Questo è il Ghost in the shell di Mamoru Oshii. Un grande film, in cui nessun movimento di macchina è gratuito, ma ogni oggetto compreso nell’inquadratura è lì per esplicitare un’idea o anche solo una sensazione. La solitudine, ad esempio, si avverte ben chiara nella silhouette del Maggiore stagliata contro la città, non vissuta ma intravista oltre il vetro della finestra.
Eliminata l’alienazione del robot di fronte all’umano, non resta che estetica. L’adattamento live action del 2017 di Ghost in the shell dimentica che ogni inquadratura è racconto e annulla la contrapposizione tra sfondo e interni utilizzando per entrambi i medesimi color scuri: il focus cade sul lettino luminoso. La scena è la stessa, ma ora abbiamo solo una donna in una stanza futuristica.

Ghost in the shell silhouette

Com’è ovvio, ho da poco visto il Ghost in the shell con Scarlett Johansson e, per quanto non l’abbia del tutto odiato, la mia preferenza va al classico di Mamoru Oshii, che riesce ad appagare l’occhio stuzzicando allo stesso tempo la mente con domande infinitamente grandi cui non so dar risposta.