Come funziona la creatività?

Grant Snider usa penna, inchiostro e tavolozza di colori per immortalare i meccanismi del processo creativo in strisce di fumetti sintetiche quanto acute e poetiche. Disegna l’ispirazione, la contemplazione e finanche la disperazione e la quotidiana frustrazione, fedele compagna di ogni guizzo di creatività. Sei un artista, uno che gioca con le parole, i colori e le note… Tu sai di cosa sto parlando!

come funziona la creatività

 

come funziona la creatività secondo Grant Snider

Nel nuovo libro di Grant Snider trovi tante tavole a fumetti, compresa questa qui sopra che la musicalità delle parole di Shakespeare mi ha obbligata a condividere nella speranza che anche tu potessi ascoltarne verità e perfezione.

* fonte del fumetto

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meryl streep come florence

Florence, l’arte del cantare male

La storia tragicomica della peggiore cantante del mondo

Il viso come una maschera in cui naso e zigomi sono il punto d’appoggio del suono, il diaframma che regola la respirazione sostenendo il flusso d’aria, la lingua che si muove sui binari dei denti modulando la nota. Sono tutte cose che ho imparato dalla mia insegnante di canto, una soprano formidabile con un sorriso contagioso. Ho anche imparato che nemmeno la più orecchiabile aria di Mozart è facile da cantare, perché il suono corretto non è semplice da produrre. I professionisti ci riescono, e, lasciati alle cure di chi ci sa fare, anche i vocalizzi della Regina della Notte sembrano un gioco da ragazzi.

Ma quanto può essere difficile cantare male… di proposito?

Difficile dirlo: tendiamo tutti quanti a fare l’opposto, preferendo una nota azzeccata a un acuto sghembo. Certo è che il lavoro di preparazione fatto da Meryl Streep per il film Florence ha dato risultati fenomenali.
Florence racconta un momento particolare della vita di un’outsider della storia della musica: il debutto di Florence Foster Jenkins, la peggior cantante del mondo, alla Carnegie Hall.

Ricca ereditiera, ex pianista, malata di sifilide e sincera amante della musica, la Jenkins era diventata nella New York degli anni ’40 una mecenate finanziando concerti, recital, spettacoli teatrali e circoli culturali. Era melomane a tal punto da cimentarsi lei stessa nell’arte del canto.
Florence Foster Jenkins era anche stonata come una campana.

Accettata la sfida di interpretarla sul grande schermo, Meryl Streep ha adottato un approccio di decostruzione della melodia, prima imparando le arie così come andrebbero cantate e poi “distruggendole” nello stile della Jenkins. Confrontando le registrazioni originali di Florence con gli stessi brani cantati da Meryl, si notano a mala pena le differenza.

meryl streep e hugh grant in florence

La vera Florence non si rendeva conto della sua inadeguatezza come cantante, non si accorgeva di stonare clamorosamente. Il suo pubblico rideva e si spanciava per le sue performance, eppure la registrazione della Jenkins è tra le più richieste all’archivio della Carnegie Hall, Cole Porter non si perse nessuno dei suoi recital (anche se poi si doveva conficcare il bastone nel piede nel tentativo di non scoppiare a ridere sonoramente) e la registrazione The Glory (????) of the Human Voice appare tra i 50 vinili preferiti di David Bowie. Florence cantava male, ma era seguita e amata. Doveva esserci qualcosa di più oltre alla facile (e sempre un po’ volgare) presa in giro della mancanza di talento.

È questo che il film di Stephen Frears racconta: forza di volontà e passione dirompente.
Il regista riesce a creare nella prima parte del film una deliziosa suspanse procrastinando la rivelazione della voce di Florence spiegata nel canto con un gioco simile a quello fatto da Spielberg in Jurassic Park per la famosa scena del brachiosauro. Poi, finalmente, la rivelazione, con le espressioni di sorpresa di Simon Helberg (qui nei panni del pianista Cosme McMoon, accompagnatore della Jenkins nelle lezioni di canto) che creano un effetto comico formidabile.

simon helberg in florence

Il film Florence fa ridere di gusto. Se la commedia è riuscita così bene è perché regista e sceneggiatore hanno scongiurato il pericolo della risata di scherno, che lascia sempre un po’ l’amaro in bocca. Molto meglio sorridere insieme a chi, stonatura dopo stonatura, comunque ci prova ad affrontare la vita con una musicale risata.

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La La Land, citazioni a ritmo di jazz

Tutti i musical citati nel film musicale di Damien Chazelle

Premo il pulsante del bus, il campanello suona e si accende la luce rossa. Non è la mia fermata! Vabbè, scendo lo stesso: farò due passi.
È già buio e le macchine sfrecciano con i fanali accesi. Canticchio e sorrido mentre mi incammino verso casa. Sorrido!

Un film che mi fa quest’effetto per me è un film riuscito, e credo proprio che non mi toglierò dalla testa il jazz di La La Land ancora per un po’ di tempo.

Mentre ero in sala mi venivano in mente i vecchi musical con cui sono cresciuta: Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi
La La Land ne contiene tante di citazioni. Delicate, quasi impercettibili.
L’idea per questo post era di individuarle tutte, ma poi mi sono resa conto che c’è chi l’ha già fatto e molto meglio di quanto avrei mai potuto fare io che di musical ne ho visti si, ma (mi rendo conto ora) non così tanti.

You dance love, and you dance joy, and you dance dreams. And I know if I can make you smile by jumping over a couple of couches or running through a rainstorm, then I’ll be very glad to be a song and dance man. – Gene Kelly

Ecco, senza l’eleganza di un Fred Astaire o la perfezione di una Ginger Rogers, La La Land mi ha regalato leggerezza e freschezza. Cos’avrei potuto chiedere di più?!

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20 anni di apple.com e web design

Storia ed evoluzione del sito Apple

La storia di una delle aziende più note, discusse e influenti del mondo comincia nel 1975, quando due giovani informatici assemblano nel garage sotto casa il prototipo di un nuovo modello di computer. Dotato di tastiera, unità di memorizzazione, microprocessore e ROM, l’Apple I si distingueva da ogni altro dispositivo in circolazione all’epoca. Era venduto completamente funzionante e pronto all’uso, in un’epoca in cui i computer dovevano essere assemblati dall’utente. Due anni più tardi Steve Wozniak e Steve Jobs inaugurano l’era del personal computer presentando l’Apple II durante il primo West Coast Computer Faire.

Negli anni ‘90, entra in gioco il World Wide Web: costruire e curare la propria presenza online diventa parte fondamentale della strategia di marketing.

apple.com viene lanciato ufficialmente nel gennaio 1996. Nel 2016 il sito della Apple ha dunque compiuto vent’anni. Grazie all’Internet Archive, che custodisce demo e screenshot storici dei siti più disparati, possiamo fare un viaggio nel tempo e ricostruirne la storia, per scoprire che apple.com, a dispetto della diffusa concezione del web come luogo mutevole, soggetto a mode, in continua evoluzione grafica e di contenuto, dagli anni ’90 ad oggi non è cambiato molto. Anzi, ha anticipato soluzioni che sarebbero state adottate dalla grande maggioranza dei siti solo anni più tardi.

apple.com: il lancio del sito

apple.com va online nel 1996. La prima versione del portale è molto scarna, più simile ad una colonna di giornale che al punto di riferimento digitale di un’azienda di tecnologia in ascesa.
Nei primi anni ’90 le pagine web sono così: tutto testo. Anche i link che puntano alle landing page di prodotto sono testuali.

Gli elementi grafici sono ridotti alla scelta di un font senza grazie e al logo dell’azienda che, unica immagine presente, campeggia in cima alla pagina.

Già da diversi anni Apple aveva un nuovo logo. La prima versione, disegnata da Ronald Wayne con stile barocco, era in bianco e nero. Raffigurava Newton seduto sotto un albero a leggere in attesa della fatidica mela. Venne sostituita dall’ormai iconica mela morsicata, prima multicolore e poi bianca o nera per un effetto sempre più minimale. Il disegno è di Rom Janoff, uno dei più creativi disegnatori di quegli anni, autore anche dei loghi di IMB, FedEx e Volkswagen.

L’anno successivo apple.com si fa più accogliente. Nel 1997 si arricchisce di una barra laterale con sfondo rosso in cui trova posto il menù di navigazione.

Come nella versione precedente, gli hyperlink (di colore blu, come usava nei primi anni del web) sono costituiti da solo testo che orienta l’utente senza l’aggiunta di icone o altri elementi grafici.
L’ampia area centrale è dedicata a prodotti e servizi del momento. Lo sfondo è bianco per una migliore leggibilità.
Il testo continua ad essere predominante, tanto che la sensazione è quella di essere capitati su una pagina di news, più che sul portale di un’azienda che commercializza computer. Anche l’abbinamento di colori è piuttosto anonimo.
La grafica di apple.com è ancora lontana dal rispecchiare l’identità del marchio.

apple.com diventa brand

Nel 1998 Apple stravolge il sito ufficiale con un restyling che rafforza l’identità del brand.
Il nuovo layout si articola in fasce orizzontali, anticipando la consuetudine (chiamiamola pure moda) dei template a struttura orizzontale oggi tanto diffusi.

La sezione principale è dedicata al nome dell’azienda; sotto si collocano i box dei prodotti divisi per target d’utenza. Aumentano gli spazi bianchi in modo da “far respirare” i contenuti.

Le immagini sono l’elemento preponderante: assumono una rilevanza che prima non avevano mai avuto. Si tratta di rendering dei prodotti Apple di punta che, circondati da un ampio spazio bianco e da un menù di navigazione dai toni neutri, balzano all’occhio con vivacità. È questa la funzione degli ampi spazi bianchi: concentrare l’attenzione dell’utente.

Si parla di web identity riferendosi alla necessità che ogni sito ha di distinguersi e farsi riconoscere tra un mare di contenuti online. Focalizzandosi sui prodotti, i web designer di Apple hanno consolidato la presenza online del brand attraverso le immagini. Dal ’98 in poi ad apple.com non servirà più nemmeno il logo in primo piano: Mac, iPod e iPhone sono sufficienti perché l’utente capisca dove si trova.

Gli anni 2000: un graphic design di piccoli aggiornamenti

apple.com è rimasto sostanzialmente immutato dal restyling del 1998. Pare un’esagerazione, ma una carrellata di screenshot dell’home page mostra come negli anni 2000 siano state apportate solo piccole correzioni ed aggiustamenti ad una struttura ormai consolidata: sempre orizzontale e sempre con immagini in primo piano.

2001

Il 2001 introduce l’ultima modifica grafica significativa. Il menù di navigazione, prima concentrato a fondo pagina in una barra nera divisa in sezioni, è spostato nella parte alta della pagina, dove resta ancora oggi. Le sezioni in cui è suddiviso, una per ogni voce del menù, riproducono l’aspetto delle cartelle d’archivio adoperate in molti uffici prima dell’avvento dei file digitali.

Questa modifica potrebbe riecheggiare l’implementazione della menù bar e del menù a tendina sui MacBook, studiati per un’interazione più articolata dell’interfaccia utente con il mouse progettato da Steve Jobs sul modello di quello della Xerox.

Con il nuovo secolo, il linguaggio CSS entra a far parte della rete, consentendo una personalizzazione del web design senza limiti e indipendente dal codice HTML. Apple rimane fedele alla bicromia adottata nel ‘98, ma usa un effetto metallizzato con differenti toni di grigio per definire le forme del menù.

Il design non riguarda solo l’aspetto del prodotto o l’effetto che fa tenerlo in mano. Il design è come funziona.

Uniformandosi alla massima di Steve Jobs, i web designer hanno costruito apple.com con quell’eleganza minimale che ha sempre caratterizzato i prodotti Apple sotto la supervisione di Jobs, senza però trascurarne l’usabilità. L’utente arriva ad un sito spinto da interessi e necessità più o meno chiari e vuole trovare ciò che cerca con facilità. La menù bar gli consente di farlo. Posizionarla in alto permette poi di bilanciare gli equilibri della pagina, con un’ampia area centrale e tre box più piccoli che fanno da contraltare alla barra di navigazione.

L’icona della mela morsicata nel 2001 abbandona il multicolore e diventa azzurra. Negli anni seguenti sarà alternativamente bianca o nera, ma sempre monocromatica.

 

 

2007

Oltre all’evidente sostituzione del tipico sfondo bianco con uno nero in pendant con il prodotto dell’anno, il 2007 porta una menù bar unitaria, liscia e monocromatica. Abbandonata la suddivisione in etichette, apple.come ne guadagna in eleganza.
Il template rimane sempre quello: menù bar, ampia fascia centrale e box con link di approfondimento. Star della home page è l’iPhone.

Dal 2007 in poi la fascia centrale del layout si amplia stabilmente per lasciare spazio a immagini sempre più accattivanti che si susseguono l’una all’altra in slideshow.
In occasioni particolari trovano spazio sulla home anche volti noti riproposti in fotografie minimali, in bianco e nero su sfondo bianco. Nel 2010 è la volta dei Beatles, per celebrare l’approdo dei loro album su iTunes. Il 2011 è l’anno di Steve Jobs, commemorato dopo la morte prematura.

 

2013

L’avvento dell’iPhone color porta una nota di colore anche su apple.com.

 

2014, 2016

Il layout orizzontale adottato nel 2001 arriva al suo massimo compimento: menù, slideshow e link non sono più divisi da linee, griglie e box, ma si affiancano con fluidità.

È una grafica che funziona sia da desktop che da mobile. Apple stessa ha generato la necessità di siti responsivi creando l’iPhone nel 2007. Proprio per questa necessità oggi proliferano i siti a fasce orizzontali, perché più semplici da adattare. Così la scelta di layout operata da apple.com nel 1998 si è rivelata vincente.

Poche parole, in font senza grazie. I testi esistono per ragioni pratiche di usabilità (per il menù, ad esempio) o sono simili a didascalie. Le immagini, eleganti, colorate, accattivanti, vincono.

E la concorrenza?

Mentre apple.com si appropriava già nel 2001 di una grafica pressoché definitiva, in grado di reggere il passare del tempo e l’avvento del mobile, i siti di altri grandi nomi della tecnologia hanno avuto storie più travagliate.
microsoft.com e dell.com, per esempio hanno vissuto un cambiamento radicale tra il 2000 e il 2012.

Microsoft

Aprile 1994, la home page di Microsoft evidenziava l’iniziale titubanza ad entrare nel World Wide Web. L’HTML è molto spartano. Un’unica immagine domina lo schermo, tra parole e link testuali: la risoluzione è bassa e oggi fa sorridere la possibilità che i browser dell’epoca potessero non supportarla.

Sono i primi passi e le prime positive sorprese del www che segnano la conversione di Bill Gates al web.
Where do you want to go today? Internet apre nuovi orizzonti e comincia a farsi strada la consapevolezza che, attraverso il web, si potrà andare dovunque. In attesa della rivoluzione, microsoft.com invita a curiosare tra la gamma di prodotti della stagione.

Passa un anno, Microsoft lancia Windows 95 e in agosto mette mano al sito. L’home page viene soprannominata Collage e si capisce perché.

Il concept grafico si richiama al modello delle mappe mentali: la solita domanda, Dove vuoi andare oggi?, innesca un percorso tra i link in forma di bottone che rimandano alle diverse parti del sito.
L’attenzione per la grafica è ancora a livello primitivo, ma già tra novembre di quell’anno e giugno 1996 è evidente la rapida evoluzione verso un layout più ricco di piccoli elementi grafici (icone, pulsanti e banner). La home page prende il nome di Cartoon.

Manca ancora quel gusto del particolare e dello stile caratteristico dell’approccio Apple, e la pagina, così riprogrammata, era rallentata dall’eccessiva presenza di elementi grafici e dai modem a 9600 bps (bit per secondo) utilizzati da molti internauti dell’epoca. I visitatori la bollarono come troppo lenta.

Il lancio di Internet Explorer, destinato nel tempo a destituire Mosaic (e poi Netscape Navigator) rappresenta l’inizio di una nuova era delle pagine Microsoft con diversi tentativi per standardizzare gli elementi. La home page Branded Yellow attivata nel 1996 lascia il posto alla Branded Blue nel 1997.

I layout di fine anni ’90 sono similari a quello adottato da apple.com negli stessi anni, con barra di navigazione a sinistra, poche immagini (per lo più loghi e icone) e colore dominante, a riprova del fatto che anche il web design vive di mode.

Sono pagine fitte di testi e link, davanti alle quali oggi ci sentiremmo sperduti e sopraffatti dalle troppe informazioni.

Ancora nel 2000 microsoft.com era online con una grafica molto simile a quella adottata da Apple nel 1997 e poi rapidamente dismessa. Proprio com’era per l’apple.com del ’97, nemmeno microsoft.com riesce a far emergere con chiarezza l’identità del brand: mancano le immagini.

Continuando a percorrere la storia di microsoft.com, anche saltando fino al 2003 non si evidenziano grandi novità grafiche, se non nell’utilizzo di immagini lievemente più elaborate. Dove prima c’erano icone, disegni, loghi, nel 2003 subentrano fotografie.

Il 2004 porta con se un utilizzo più moderno delle immagini. Questa volta sono di dimensioni medio-grandi e si impongono come elementi visivamente predominanti della pagina. Il template però rimane sempre lo stesso da dieci anni.

L’anno della svolta è il 2012. microsoft.com esordisce con una nuova veste grafica.
Finalmente emergono i prodotti (e con loro l’identità di brand) perché viene data più importanza alle immagini, racchiuse in slideshow centrale e dotate di link per la navigazione.

La barra laterale, adottata per molti anni, permane in forma semplificata, ma si inserisce per la prima volta in un sito dalla struttura interamente orizzontale, quella stessa struttura che, in modo ancora rudimentale, era stata implementata da apple.com già nel 1998.

Negli anni successivi il processo di semplificazione grafica prosegue con piccoli ritocchi e aggiustamenti. Oggi il sito di Microsoft ha quest’aspetto:

 

Dell

Il percorso evolutivo di dell.com è analogo a quello di Microsoft, qualche passo indietro rispetto alla concorrente Apple. Il design del 2000 ha ancora un forte sapore anni ’90: poca comunicazione visuale e molto testo strutturato in verticale.

Il gettonatissimo layout orizzontale arriva nel 2012, proprio come per Microsoft.
Abbiamo visto come per Apple l’orizzontalità e la predominanza delle immagini abbiano progressivamente portato ad un’integrazione fluida dei vari elementi della pagina. Dell invece disegna l’home page con tre aree rigidamente strutturate, distinte da box e linee.

dell.com oggi appare così, perfettamente in linea con le tendenze del web design che richiedono siti minimali, di maggior impatto visivo e pronti per il mobile.

Cosmo, la musica elettronica e le nuove scoperte

Bassi pompati, synth, ritmi martellanti… Parliamo di musica elettronica e io sono del tutto al di fuori della mia comfort zone.
Pregiudizi musicali non ne ho. Certo ho le mie preferenze che spaziano abbastanza tra i generi e, in teoria, la musica di Cosmo non ci rientra neanche di striscio. In teoria, appunto. Perché nella pratica ho assistito a due concerti del cantautore eporediese. Verdetto? Mi sono divertita entrambe le volte!

cosmo in concerto a genova

Prima ho familiarizzato con l’album che Marco Jacopo Bianchi (questo il nome che si cela dietro lo pseudonimo di Cosmo) sta portando in tour per l’Italia. Con melodie generate elettronicamente al computer e testi nello stile di Battisti, L’ultima festa è un cd energico, con qualcosa di originale da dire.
Il primo concerto è stato un’incognita. C’era un’allegria particolare perché il musicista a Ivrea giocava in casa, tra amici e famigliari. Il secondo sapevo cosa avrei visto e ascoltato; sapevo mi sarebbe piaciuto, e così è stato.
Nella data genovese del tour, la sorpresa di Cosmo è stata una scaletta che ha attinto molto dal suo primo album solista: Disordine. Di nuovo mi sono trovata fuori dalla mia comfort zone: di queste vecchie canzoni non ne conoscevo nemmeno una. Ma ormai il mio orecchio era allenato e non ha esitato ad assecondare questi nuovi ritmi.
A fine concerto mi sono regalata una t-shirt serigrafata. Si, perché la grafica del merchandising di Cosmo è bellina come poche!

cosmo in concerto a genova

Cosmo in concerto gif

Cosmo entrerà a far parte della mia routine quotidiana di ascolto, sul bus, facendo i lavori di casa, nei momenti di relax? No. Probabilmente no. È altrettanto probabile che la mia incursione nella musica elettronica finisca qui. L’importante è aver affrontato l’oscuro territorio al di là della zona di conforto (complice la compagnia degli amici) scoprendo che ciò che fa per me si può nascondere anche lì.

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Perchè leggiamo, secondo C.S. Lewis

Pochi hanno spiegato l’incanto della lettura con l’accurata poesia di C.S. Lewis.

Filologo e letterato, C.S Lewis era un profondo conoscitore della letteratura e dell’uso delle parole per creare mondi: insegnava questo nel suo corso all’Università di Oxford (dove divenne amico di J.R.R. Tolkien) e poi era lui stesso uno scrittore. I sette volumi delle Cronache di Narnia nascono da una scintilla di fantasia rinfocolata dagli eventi della vita reale: all’età di sedici anni l’immagine di un fauno sotto la neve con un ombrello e dei pacchetti tra le mani, molti anni dopo la casa di famiglia che apre le porte a tre bambine evacuate da Londra per il pericolo della seconda Guerra Mondiale.

Mr. Tumnus e Lucy nella neve, illustrazione da Le Cronache di Narnia Il leone, la strega e l'armadio
illustrazione di Pauline Baynes

Nel suo saggio An experiment in criticism, pubblicato nel 1961, Lewis spiega come l’esperienza della lettura arricchisce lo spirito umano.

Those of us who have been true readers all our life seldom fully realize the enormous extension of our being which we owe to authors. We realize it best when we talk with an unliterary friend. He may be full of goodness and good sense but he inhabits a tiny world. In it, we should be suffocated. The man who is contented to be only himself, and therefore less a self, is in prison. My own eyes are not enough for me, I will see through those of others. Reality, even seen through the eyes of many, is not enough. I will see what others have invented. Even the eyes of all humanity are not enough. I regret that the brutes cannot write books. Very gladly would I learn what face things present to a mouse or a bee; more gladly still would I perceive the olfactory world charged with all the information and emotion it carries for a dog.

 

Quelli di noi che sono lettori da tutta la vita raramente realizzano appieno quanto di noi stessi dobbiamo agli autori. Lo capiamo meglio quando parliamo con un amico che non legge. Egli può essere pieno di bontà e di buon senso, ma vive in un mondo ristretto. In esso noi soffocheremmo. L’uomo che si accontenta di essere solo se stesso è come in prigione. I miei stessi occhi per me non sono abbastanza, vedrò attraverso quelli degli altri. La realtà, anche se vista attraverso gli occhi di molti, non è abbastanza. Vedrò che cosa hanno inventato gli altri. Persino gli occhi dell’intera umanità non sono abbastanza. Mi rammarico che gli incolti non possano scrivere libri. Imparerei molto volentieri come appaiono le cose ad un topo o ad un’ape; ancora di più mi piacerebbe percepire tutte le informazioni e le emozioni che il mondo degli odori trasmette ad un cane.

Leggendo diventiamo altri pur rimanendo noi stessi. Romanzi, poesie, fumetti… ogni storia è un’occasione per vivere una vita diversa dalla nostra, una vita che forse mai potremmo sperimentare. Le pagine di un libro (cartaceo o elettronico, non ha importanza) sono una finestra aperta su mille nuove esperienze: arricchiscono il nostro pensiero e la nostra anima.

In reading great literature I become a thousand men and yet remain myself. Like a night sky in the Greek poem, I see with a myriad eyes, but it is still I who see. Here, as in worship, in love, in moral action, and in knowing, I transcend myself; and am never more myself than when I do.

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Citizen Kane: il puzzle della vita

Chi siamo? Cos’è che definisce la nostra personalità?
È una questione che per qualche ragione è saltata spesso fuori nelle mie conversazioni degli ultimi tempi. A dare quella che credo essere l’unica risposta possibile è stato Orson Welles in Citizen Kane, tradotto in italiano, Quarto potere. Un titolo fuorviante, quello della versione italiana.

Il magnate dell’editoria Charles Foster Kane è appena morto lasciando un patrimonio sterminato e l’enigma di un’ultima parola dal significato sconosciuto.
Il film segue le indagini di un reporter incaricato di scrivere un pezzo che, andando al di là del personaggio mediatico, possa far luce sul Charles Foster Kane uomo.
Dunque si, giornali, redazioni, quarto potere, sono l’ambientazione. Orson Welles però va più a fondo.


Citizen Kane racconta il tentativo di spiegare una vita. Ma è possibile ridurre la vita di un uomo ad una sola definizione?
Welles dice di no. Non a caso il passatempo per le tediose serate della signora Kane sono i puzzle, perchè è così che siamo: un rompicapo a cui si aggiungono pezzi senza mai vederne la fine.

Dorothy Comingore e orson Welles in Citizen Kane

Ogni cambio di prospettiva può rimettere tutto in discussione. Per i colleghi Charles Foster Kane era un innovatore e un megalomane, per la madre un innocente da salvare dagli abusi del padre, per l’ex moglie un carceriere, ma ne vediamo anche la tenerezza dei primi incontri, per la società un uomo di successo, brillante. Chissà poi come Charles Foster Kane vedeva se stesso. Il significato dell’ultima parola sul letto di morte, una volta rivelato (solo allo spettatore), non fa che acuire il mistero che ha reso grande questo film.

Si, perché per me il valore di Citizen Kane va oltre l’indubbia perizia narrativa, l’innovazione tecnica (con l’uso, per la prima volta sistematico, di profondità di campo e piano sequenza) e le straordinarie capacità attoriali di Orson Welles, in grado, a 25 anni, di portare credibilmente in scena il peso di 79 anni di vita travagliata. Quando dico che Citizen Kane è uno dei più alti esempi di cinema è perché mi punzecchia con domande difficili (anzi difficilissime) e stimolanti, senza la pretesa di dare riposte. Anzi, la tesi del film è proprio questa: certe domande non possono avere un’unica risposta.

Orson Welles in Quarto potere

Chi siamo, chi vorremmo essere, cosa resterà di noi una volta che non ce ne saremo andati… Sono tutte domande che ci facciamo (o sono solo io?). Qualche volta sono un mero esercizio intellettuale, altre volte ci tormentano un po’. Ma alla fine è come dice Pirandello in Uno, nessuno e centomila:

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.

Insomma, la risposta alla nostra domanda più intima è un grosso, gigantesco boh?!.
A me piace così! Vuol dire che ci costruiamo un po’ ogni giorno con piccole scelte, gusti, incontri, passioni… liberi di aggiungere al puzzle della nostra personalità un numero infinito di pezzi.

La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola.

C’è dell’armonia in questa casualità, non trovi?

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david bowie l'uomo che cadde sulla terra

L’uomo che cadde sulla terra

David Bowie esordisce sul grande schermo nel 1976 con L’uomo che cadde sulla Terra. Il ruolo pare scritto apposta per lui: è un alieno dalle fattezze umanoidi arrivato sulla Terra per trovare rimedio alla siccità che sta uccidendo il suo pianeta natale. Ma quella raccontata nel film di Nicolas Roeg è una storia di perdenti, non di eroi, e il protagonista è destinato a veder fallire il suo piano di salvezza, minato e consumato dalle passioni umane.


Stiamo parlando di un film di fantascienza, un genere la cui peculiarità è partire da mondi lontani per arrivare all’essenza dell’uomo. Bowie, nei panni dell’alieno Thomas Jerome Newton, stringe legami con le (poche) persone che lo circondano, si innamora della cameriera Mary-Lou, ma rimane il “diverso” costretto all’omologazione. Indossa parrucca e lenti a contatto per nascondere la sua identità aliena e l’esposizione ai vizi terreni innesca un percorso di corruzione che lo vede come carnefice di se stesso, mentre fissa nei molti monitor televisivi ammassati nella sua stanza ciò che è l’uomo e il suo modo di vivere.

La trama procede per brusche ellissi, confondendo i confini spazio-temporali. Al centro di questo sogno allucinato c’è lui, David Bowie, carico di fascino magnetico e androgino, in quella che è (a mio modo di vedere) la migliore interpretazione della sua carriera d’attore. Riferendosi alle precarie condizioni fisiche e mentali in cui si trovava all’epoca delle riprese a causa dell’uso di droghe, lui stesso la ricorda come << una buona esibizione di qualcuno che cade letteralmente a pezzi di fronte a te >>. Nelle sue parole il confine tra l’alieno e l’umano si fa meno definito.
* pubblicato originariamente su MAT2020 (aprile 2016)

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Le 10 regole d’oro della lomografia

lomografica diana mini consigli per l'uso

Lunghi minuti d’impaccio iniziale. È questo quello che capita quando provate a inserire un rullino in una lomografica dopo anni di fotografia digitale. Pannelli aperti, leve girate e rigirate, e un paio di video tutorial più tardi era tutto pronto: non restava altro che scattare.

Ho impiegato quasi sei mesi a finire quel rullino. Gli amici che mi hanno dato la lomo come regalo di compleanno mi incitavano, e io, per tutta risposta, me la dimenticavo a casa.
Ora, piccola e super leggera com’è, staziona in pianta stabile nella mia borsa. Così ho finalmente fatto sviluppare quel primo sudatissimo rullino.

Scatti fuori fuoco, sottoesposizioni e involontarie sovrapposizioni d’immagine a parte, sono riuscita a portare a casa qualcosa di una bellezza impacciata e genuina. Quella piccola macchina che sembra quasi un giocattolo riserva davvero delle sorprese!

Del resto le lomografiche sono nate proprio così, come macchine fotografiche a basso costo, in seguito apprezzate dagli artisti per la forte saturazione dell’immagine garantita dall’obiettivo luminoso.

galleria di foto scattate con lomo

 
C’è una comunità molto attiva dietro questo tipo di fotografia analogica. Spinta dal mio regalo di compleanno, ne ho esplorato appena la superficie, fino a trovare le 10 regole d’oro della lomografia.
Sono quasi un manifesto di vita e intendo farle mie dalla prima all’ultima!

  • Porta la tua lomo ovunque vai
  • Usala in ogni momento, di giorno e di notte
  • La lomografia non interferisce con la tua vita ma ne è parte integrante
  • Scatta senza guardare nel mirino
  • Avvicinati più che puoi al tuo soggetto
  • Non pensare
  • Sii veloce
  • Non preoccuparti in anticipo di quello che imprimerai su pellicola
  • Non preoccupartene neppure dopo
  • Ignora ogni regola

It’s time to discover your own version of Lomography and to take photos which express who you are, not who you are told to be. […] Believe in yourself, focus on the important and not so important things, enjoy life in all its variations, forget about the camera in your hand and shoot ’til your eyes are glowing!

Per la perfezione, ci sarà sempre il prossimo rullino! 😉

La Liguria in treno: Camogli

Viaggio improvvisato e fotografie di Camogli

cartina Liguria con indicata la posizione di Camogli

 
Talvolta i pensieri negativi prendono il sopravvento e allora l’unica cosa da fare per combattere il senso di claustrofobia è uscire.

Per andare dove?

Ho la fortuna di abitare a poche fermate di treno dai luoghi più pittoreschi della Liguria e spesso me ne dimentico.
Questa volta ho optato per Camogli, tipico borgo marinaro affacciato sul Golfo Paradiso (il nome non è stato dato a caso).

Per tutta la mattina (se mi seguite su Instagram già lo sapete) ho scattato con il mio nuovo obiettivo, un luminosissimo 50 mm. Devo impratichirmi ma dove è venuta meno la tecnica, ha rimediato il paesaggio! 😉

 
 
 
 
 
 

 
Aspetto i tuoi consigli di viaggio. Qual è la meta delle tue gite fuori porta improvvisate?